Dalemiano doc spiega perché il futuro dei compagni del Pd è rifondare la socialdemocrazia in Europa
Che cosa succede alla sinistra europea? Che cosa succede ai compagni che si trovano in giro per l’Europa? Sono tutti bolliti? Sono tutti vittime di un irreversibile percorso che da qui a poco sancirà in modo definitivo la fine della vecchia socialdemocrazia? Non credo sia così e credo anzi che la sinistra europea e quella italiana oggi hanno la grande occasione di riscrivere insieme l'agenda e il profilo di una nuova socialdemocrazia europea. di Andrea Peruzy, segretario generale di Italianieuropei
21 AGO 20

Che cosa succede alla sinistra europea? Che cosa succede ai compagni che si trovano in giro per l’Europa? Sono tutti bolliti? Sono tutti vittime di un irreversibile percorso che da qui a poco sancirà in modo definitivo la fine della vecchia socialdemocrazia? Non credo sia così e credo anzi che la sinistra europea e quella italiana oggi hanno la grande occasione di riscrivere insieme l'agenda e il profilo di una nuova socialdemocrazia europea. Ma andiamo con ordine.
Gli esiti positivi del processo di integrazione europea rappresentano il più grande successo politico del nostro tempo. I popoli europei non si considerano più come una potenziale minaccia l’uno per l’altro, come è avvenuto per secoli, perché sessant’anni di storia condivisa hanno insegnato loro a lavorare insieme per costruire un destino comune. Le minacce oggi sembrano nascere soprattutto al di fuori dei confini del continente, ed esigono un salto di qualità nel processo di integrazione. La crisi mondiale ha inoltre evidenziato l’esistenza di un deficit di democrazia dovuto all’asimmetria tra la crescita dell’economia e la debolezza delle istituzioni internazionali. E’ quindi necessario un rafforzamento dell’Unione non solo in quanto luogo di incontro e di mediazione fra i governi di fronte alle rinnovate spinte nazionaliste, ma anche come strumento utile ad evitare il rischio di un’Europa schiava delle sue paure e sempre meno influente.
Il sociologo francese Dominique Moïsi descrive una realtà che vede la speranza animare i nuovi paesi emergenti, il rancore ispirare l’azione dei perdenti e degli esclusi dalla globalizzazione e la paura attanagliare i più ricchi. In questo quadro l’Europa viene dipinta come il continente della paura per eccellenza: paura del proprio declino di fronte alla crescita delle economie asiatiche, paura di non riuscire a contrastare gli effetti negativi della globalizzazione e della crisi economica, paura degli immigrati e della minaccia terroristica.
La destra conservatrice si è dimostrata pronta a cavalcare queste paure e a offrire loro una risposta, benché semplicistica, mentre le forze progressiste europee non sono state in grado di proporre soluzioni alternative. Esse non hanno saputo cogliere l’occasione che la crisi economica poteva rappresentare per contrastare l’offensiva neoconservatrice e rilanciare la costruzione di un’Europa in grado di agire come attore globale che fosse anche promotore dei valori democratici, dei principi della giustizia sociale e delle libertà individuali che sono i valori fondanti dell’Unione europea.
Nonostante il fatto che nella seconda metà degli anni Novanta almeno undici paesi su quindici dell’Unione fossero guidati da forze di centrosinistra, il socialismo europeo non è riuscito, nelle sue componenti tradizionali né in quelle innovative, come per esempio il New Labour, ad andare oltre i riformismi nazionali. Da allora è iniziato un declino che ha spinto i socialdemocratici europei sempre più ai margini dell’attività di governo. Un andamento discendente che è proseguito fino ad oggi e che appare paradossale se consideriamo che l’indebolimento delle forze socialdemocratiche si è manifestato proprio nel momento in cui gli effetti della crisi economica si sono rivelati in tutta la loro crudezza: la crisi economica, politica e sociale ha sancito il fallimento del liberismo sfrenato e, attraverso l’invocazione di un maggiore intervento dello Stato nell’economia, sono tornati al centro del dibattito pubblico le idee fondamentali della tradizione socialista.
Le forze socialdemocratiche sono chiamate ora a ripensare sé stesse, a rimettersi in gioco con coraggio, sforzandosi di leggere la realtà attraverso categorie nuove e di elaborare su questa base politiche innovative; i partiti riformisti europei devono lasciarsi alle spalle le timidezze degli ultimi anni, nel tentativo di formulare una strategia che permetta loro di riconciliare welfare e sviluppo, e di riconquistare quegli spazi politici (tutela delle fasce più deboli, politiche per l’occupazione, promozione della giustizia sociale e delle libertà individuali) che sono parte integrante della loro tradizione e rispetto alle quali hanno perso terreno a favore delle forze conservatrici.
Per quanto concerne in particolare il lavoro, mai come nel contesto della globalizzazione questo è apparso penalizzato da uno sviluppo distorto che negli ultimi quindici anni ha premiato soprattutto la rendita finanziaria, l’accumulo di capitale e la speculazione. Si impone invece una più equilibrata distribuzione fra redditi di lavoro, capitale e rendite, non solo per ragioni di giustizia sociale, ma soprattutto per ridurre così i rischi di instabilità sociale ed economica. Un eccesso di protezionismo nei mercati è certamente da evitare, tuttavia la loro necessaria apertura deve essere accompagnata da un’espansione dei diritti sociali e dal deciso sostegno alle politiche del lavoro, anche attraverso misure fiscali adeguate.
Una riflessione analoga va fatta sul tema dell’uguaglianza, termine che per molto tempo si è esitato a utilizzare nel timore che richiamasse alla mente l’egualitarismo di stampo sovietico. Di fronte alle disuguaglianze intollerabili che si sono prodotte negli ultimi quindici anni, in Italia come nelle altre economie avanzate, si impone però una riflessione sul tema che vada oltre l’invocazione dell’uguaglianza delle opportunità cui ci si è limitati finora, esigendo invece l’impegno in favore di una ridistribuzione più equa della ricchezza. Di fronte ad una crisi come quella attuale, di natura economica e sociale prima che finanziaria, determinata da una crescita squilibrata e da una diseguale distribuzione del reddito fra paesi e al loro interno, si potrebbe provare a immaginare l’uguaglianza non più semplicemente come quel sistema tradizionale di diritti e tutele finora sperimentato, ma piuttosto come un insieme di garanzie pubbliche unito ad un allargamento delle libertà effettivamente esercitate, tra le quali la libertà di affermare la propria personalità.
Occorre inoltre ripensare il modello sociale europeo, che è stato uno dei pilastri delle politiche socialdemocratiche nel corso degli anni Novanta, ma che ora, con la sua tradizionale impostazione meramente risarcitoria, risulta inadeguato a far fronte alle sfide poste dalla rivoluzione tecnologica, dall’emergere di nuovi competitori globali, dalla denatalità e dal progressivo invecchiamento della popolazione, dai problemi posti dall’immigrazione proveniente sia dai paesi dell’Est sia dal Nord Africa. Il vincolo costituito dalle ristrettezze di bilancio impone, di fronte a queste nuove sfide, di individuare soluzioni che permettano un potenziamento del sistema di welfare senza comportare un’ulteriore espansione della spesa pubblica. Le proposte avanzate finora in merito dalla sinistra tradizionale (generalizzare le garanzie e le forme di protezione preesistenti) e dalla terza via del New Labour (modernizzare i sistemi di welfare aprendoli alle logiche di mercato e alla partecipazione dei privati) si sono rivelate inadeguate. E’ invece necessario individuare misure che riempiano di contenuto tutele riconosciute ormai solo a livello normativo, che migliorino l’efficienza del sistema, che consentano di concentrarsi sui reali obiettivi che si intende perseguire garantendo al contempo una più razionale performance della pubblica amministrazione.
L’immigrazione, una delle principali sfide cui l’Unione europea è oggi chiamata a fare fronte, rappresenta un dato strutturale delle società avanzate, e necessita perciò di essere affrontato non più con misure di emergenza adottate a livello nazionale ma attraverso una strategia di governo del fenomeno elaborata in ambito comunitario. È quindi necessario sviluppare a livello sovranazionale misure di controllo e pianificazione dei flussi, aumentare la coordinazione fra le autorità nazionali coinvolte nella gestione del fenomeno e potenziare gli strumenti di collaborazione, sia bilaterale che multilaterale, con i paesi di origine e di transito dei migranti.
Per fare fronte a tutto ciò è necessario recuperare e rivalutare quei principi di solidarietà, uguaglianza e democrazia che rappresentano le radici culturali della socialdemocrazia europea. Ma, nello stesso tempo, bisogna avere il coraggio di introdurre concetti nuovi, quali, ad esempio, la valorizzazione di una crescita basata sulla conoscenza, e quindi sull’innovazione, sulla ricerca scientifica e sulla cultura. In tal senso è necessario perseguire l’obiettivo del rafforzamento della Strategia di Lisbona, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti legati al potenziamento del sistema educativo nei suoi vari livelli – nell’infanzia come nell’età adulta. Solo attraverso un ampio piano di investimenti in formazione si può infatti pensare di creare quel capitale umano che si prospetta come il vero volano di crescita per le economie avanzate nell’epoca della globalizzazione.
Questo necessario processo di rielaborazione delle strategie può oggi giovarsi del contributo offerto dalle fondazioni, dagli istituti di cultura, dai centri di ricerca che si richiamano alla tradizione socialdemocratica e che costituiscono un patrimonio che la sinistra riformista europea può utilizzare nello sforzo di ridefinire se stessa, la sua cultura politica e la sua visione del futuro. Dal 2008 le forze progressiste europee si sono dotate di un nuovo strumento, la Foundation for European Progressive Studies (Feps), della quale fanno parte fondazioni di lunga tradizione e strutturalmente legate ai partiti – come la Fondation Jean Jaurès e la Friedrich Ebert Stiftung – e alcuni think tank che hanno già dimostrato in passato di poter incidere sulla formulazione di un approccio innovativo alla socialdemocrazia, quali l’inglese Policy Network, la più recente Fundación Ideas, organizzazione spagnola voluta dal premier Zapatero, e la Fondazione Italianieuropei. Obiettivo della Feps è quello di coniugare la tradizione socialdemocratica con la necessità di dare continuo impulso al progetto di integrazione europea. La Feps rappresenta un’occasione per superare i particolarismi delle socialdemocrazie e dei riformismi nazionali e per aprire la strada a un progressismo che sia davvero europeo. “Next Left”, ad esempio, una delle molte iniziative promosse dalla Feps, si propone, con una prospettiva di lungo termine, di contribuire al dibattito sul rinnovamento della socialdemocrazia attraverso la partecipazione attiva, lo scambio di idee ed esperienze delle fondazioni nazionali che della Feps fanno parte. Il progetto, che è ancora in corso, ha già evidenziato l’esistenza di problemi comuni e dunque la necessità di elaborare risposte a livello di Unione europea. Le sfide cui si accennava necessitano del resto di uno sforzo collettivo da intraprendere a livello sopranazionale: perché solo un’Europa in grado di esprimere una posizione e una strategia comuni può sperare di godere di una ripresa economica realizzata attraverso un modello di sviluppo sostenibile, o di costruire un solido sistema di relazioni internazionali con i suoi vicini più prossimi – in particolar modo con quelli della sponda sud del Mediterraneo – o con altri continenti. Il rafforzamento dell’Unione europea non passa però soltanto attraverso il consolidamento dei suoi pilastri internazionali, ma anche, se non soprattutto, attraverso il rafforzamento del suo processo democratico interno.
Un’organizzazione sovranazionale come la Feps svolge, in merito a quest’ultimo aspetto, il compito da un lato di riempire di contenuti gli appuntamenti politici ed elettorali che scandiscono la vita dell’UE e che attualmente vengono vissuti con indifferenza dai cittadini europei, dall’altro quello di operare nel proprio contesto nazionale al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica e le classi dirigenti circa la necessità di rilanciare il processo di integrazione europea. Si dovrà aspettare qualche tempo affinché i risultati ottenuti diventino visibili e siamo coscienti delle difficoltà legate alla costruzione di una nuova cultura socialdemocratica europea. Tuttavia siamo animati dalla convinzione che è anche attraverso esperienze come quelle della Feps che si deve necessariamente passare per riappropriarsi degli spazi politici ed elettorali persi in favore delle forze conservatrici. Siamo chiamati in qualità di socialdemocratici progressisti europei ad offrire il nostro convinto sostegno a questo progetto.
di Andrea Peruzy, segretario generale di Italianieuropei
Gli esiti positivi del processo di integrazione europea rappresentano il più grande successo politico del nostro tempo. I popoli europei non si considerano più come una potenziale minaccia l’uno per l’altro, come è avvenuto per secoli, perché sessant’anni di storia condivisa hanno insegnato loro a lavorare insieme per costruire un destino comune. Le minacce oggi sembrano nascere soprattutto al di fuori dei confini del continente, ed esigono un salto di qualità nel processo di integrazione. La crisi mondiale ha inoltre evidenziato l’esistenza di un deficit di democrazia dovuto all’asimmetria tra la crescita dell’economia e la debolezza delle istituzioni internazionali. E’ quindi necessario un rafforzamento dell’Unione non solo in quanto luogo di incontro e di mediazione fra i governi di fronte alle rinnovate spinte nazionaliste, ma anche come strumento utile ad evitare il rischio di un’Europa schiava delle sue paure e sempre meno influente.
Il sociologo francese Dominique Moïsi descrive una realtà che vede la speranza animare i nuovi paesi emergenti, il rancore ispirare l’azione dei perdenti e degli esclusi dalla globalizzazione e la paura attanagliare i più ricchi. In questo quadro l’Europa viene dipinta come il continente della paura per eccellenza: paura del proprio declino di fronte alla crescita delle economie asiatiche, paura di non riuscire a contrastare gli effetti negativi della globalizzazione e della crisi economica, paura degli immigrati e della minaccia terroristica.
La destra conservatrice si è dimostrata pronta a cavalcare queste paure e a offrire loro una risposta, benché semplicistica, mentre le forze progressiste europee non sono state in grado di proporre soluzioni alternative. Esse non hanno saputo cogliere l’occasione che la crisi economica poteva rappresentare per contrastare l’offensiva neoconservatrice e rilanciare la costruzione di un’Europa in grado di agire come attore globale che fosse anche promotore dei valori democratici, dei principi della giustizia sociale e delle libertà individuali che sono i valori fondanti dell’Unione europea.
Nonostante il fatto che nella seconda metà degli anni Novanta almeno undici paesi su quindici dell’Unione fossero guidati da forze di centrosinistra, il socialismo europeo non è riuscito, nelle sue componenti tradizionali né in quelle innovative, come per esempio il New Labour, ad andare oltre i riformismi nazionali. Da allora è iniziato un declino che ha spinto i socialdemocratici europei sempre più ai margini dell’attività di governo. Un andamento discendente che è proseguito fino ad oggi e che appare paradossale se consideriamo che l’indebolimento delle forze socialdemocratiche si è manifestato proprio nel momento in cui gli effetti della crisi economica si sono rivelati in tutta la loro crudezza: la crisi economica, politica e sociale ha sancito il fallimento del liberismo sfrenato e, attraverso l’invocazione di un maggiore intervento dello Stato nell’economia, sono tornati al centro del dibattito pubblico le idee fondamentali della tradizione socialista.
Le forze socialdemocratiche sono chiamate ora a ripensare sé stesse, a rimettersi in gioco con coraggio, sforzandosi di leggere la realtà attraverso categorie nuove e di elaborare su questa base politiche innovative; i partiti riformisti europei devono lasciarsi alle spalle le timidezze degli ultimi anni, nel tentativo di formulare una strategia che permetta loro di riconciliare welfare e sviluppo, e di riconquistare quegli spazi politici (tutela delle fasce più deboli, politiche per l’occupazione, promozione della giustizia sociale e delle libertà individuali) che sono parte integrante della loro tradizione e rispetto alle quali hanno perso terreno a favore delle forze conservatrici.
Per quanto concerne in particolare il lavoro, mai come nel contesto della globalizzazione questo è apparso penalizzato da uno sviluppo distorto che negli ultimi quindici anni ha premiato soprattutto la rendita finanziaria, l’accumulo di capitale e la speculazione. Si impone invece una più equilibrata distribuzione fra redditi di lavoro, capitale e rendite, non solo per ragioni di giustizia sociale, ma soprattutto per ridurre così i rischi di instabilità sociale ed economica. Un eccesso di protezionismo nei mercati è certamente da evitare, tuttavia la loro necessaria apertura deve essere accompagnata da un’espansione dei diritti sociali e dal deciso sostegno alle politiche del lavoro, anche attraverso misure fiscali adeguate.
Una riflessione analoga va fatta sul tema dell’uguaglianza, termine che per molto tempo si è esitato a utilizzare nel timore che richiamasse alla mente l’egualitarismo di stampo sovietico. Di fronte alle disuguaglianze intollerabili che si sono prodotte negli ultimi quindici anni, in Italia come nelle altre economie avanzate, si impone però una riflessione sul tema che vada oltre l’invocazione dell’uguaglianza delle opportunità cui ci si è limitati finora, esigendo invece l’impegno in favore di una ridistribuzione più equa della ricchezza. Di fronte ad una crisi come quella attuale, di natura economica e sociale prima che finanziaria, determinata da una crescita squilibrata e da una diseguale distribuzione del reddito fra paesi e al loro interno, si potrebbe provare a immaginare l’uguaglianza non più semplicemente come quel sistema tradizionale di diritti e tutele finora sperimentato, ma piuttosto come un insieme di garanzie pubbliche unito ad un allargamento delle libertà effettivamente esercitate, tra le quali la libertà di affermare la propria personalità.
Occorre inoltre ripensare il modello sociale europeo, che è stato uno dei pilastri delle politiche socialdemocratiche nel corso degli anni Novanta, ma che ora, con la sua tradizionale impostazione meramente risarcitoria, risulta inadeguato a far fronte alle sfide poste dalla rivoluzione tecnologica, dall’emergere di nuovi competitori globali, dalla denatalità e dal progressivo invecchiamento della popolazione, dai problemi posti dall’immigrazione proveniente sia dai paesi dell’Est sia dal Nord Africa. Il vincolo costituito dalle ristrettezze di bilancio impone, di fronte a queste nuove sfide, di individuare soluzioni che permettano un potenziamento del sistema di welfare senza comportare un’ulteriore espansione della spesa pubblica. Le proposte avanzate finora in merito dalla sinistra tradizionale (generalizzare le garanzie e le forme di protezione preesistenti) e dalla terza via del New Labour (modernizzare i sistemi di welfare aprendoli alle logiche di mercato e alla partecipazione dei privati) si sono rivelate inadeguate. E’ invece necessario individuare misure che riempiano di contenuto tutele riconosciute ormai solo a livello normativo, che migliorino l’efficienza del sistema, che consentano di concentrarsi sui reali obiettivi che si intende perseguire garantendo al contempo una più razionale performance della pubblica amministrazione.
L’immigrazione, una delle principali sfide cui l’Unione europea è oggi chiamata a fare fronte, rappresenta un dato strutturale delle società avanzate, e necessita perciò di essere affrontato non più con misure di emergenza adottate a livello nazionale ma attraverso una strategia di governo del fenomeno elaborata in ambito comunitario. È quindi necessario sviluppare a livello sovranazionale misure di controllo e pianificazione dei flussi, aumentare la coordinazione fra le autorità nazionali coinvolte nella gestione del fenomeno e potenziare gli strumenti di collaborazione, sia bilaterale che multilaterale, con i paesi di origine e di transito dei migranti.
Per fare fronte a tutto ciò è necessario recuperare e rivalutare quei principi di solidarietà, uguaglianza e democrazia che rappresentano le radici culturali della socialdemocrazia europea. Ma, nello stesso tempo, bisogna avere il coraggio di introdurre concetti nuovi, quali, ad esempio, la valorizzazione di una crescita basata sulla conoscenza, e quindi sull’innovazione, sulla ricerca scientifica e sulla cultura. In tal senso è necessario perseguire l’obiettivo del rafforzamento della Strategia di Lisbona, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti legati al potenziamento del sistema educativo nei suoi vari livelli – nell’infanzia come nell’età adulta. Solo attraverso un ampio piano di investimenti in formazione si può infatti pensare di creare quel capitale umano che si prospetta come il vero volano di crescita per le economie avanzate nell’epoca della globalizzazione.
Questo necessario processo di rielaborazione delle strategie può oggi giovarsi del contributo offerto dalle fondazioni, dagli istituti di cultura, dai centri di ricerca che si richiamano alla tradizione socialdemocratica e che costituiscono un patrimonio che la sinistra riformista europea può utilizzare nello sforzo di ridefinire se stessa, la sua cultura politica e la sua visione del futuro. Dal 2008 le forze progressiste europee si sono dotate di un nuovo strumento, la Foundation for European Progressive Studies (Feps), della quale fanno parte fondazioni di lunga tradizione e strutturalmente legate ai partiti – come la Fondation Jean Jaurès e la Friedrich Ebert Stiftung – e alcuni think tank che hanno già dimostrato in passato di poter incidere sulla formulazione di un approccio innovativo alla socialdemocrazia, quali l’inglese Policy Network, la più recente Fundación Ideas, organizzazione spagnola voluta dal premier Zapatero, e la Fondazione Italianieuropei. Obiettivo della Feps è quello di coniugare la tradizione socialdemocratica con la necessità di dare continuo impulso al progetto di integrazione europea. La Feps rappresenta un’occasione per superare i particolarismi delle socialdemocrazie e dei riformismi nazionali e per aprire la strada a un progressismo che sia davvero europeo. “Next Left”, ad esempio, una delle molte iniziative promosse dalla Feps, si propone, con una prospettiva di lungo termine, di contribuire al dibattito sul rinnovamento della socialdemocrazia attraverso la partecipazione attiva, lo scambio di idee ed esperienze delle fondazioni nazionali che della Feps fanno parte. Il progetto, che è ancora in corso, ha già evidenziato l’esistenza di problemi comuni e dunque la necessità di elaborare risposte a livello di Unione europea. Le sfide cui si accennava necessitano del resto di uno sforzo collettivo da intraprendere a livello sopranazionale: perché solo un’Europa in grado di esprimere una posizione e una strategia comuni può sperare di godere di una ripresa economica realizzata attraverso un modello di sviluppo sostenibile, o di costruire un solido sistema di relazioni internazionali con i suoi vicini più prossimi – in particolar modo con quelli della sponda sud del Mediterraneo – o con altri continenti. Il rafforzamento dell’Unione europea non passa però soltanto attraverso il consolidamento dei suoi pilastri internazionali, ma anche, se non soprattutto, attraverso il rafforzamento del suo processo democratico interno.
Un’organizzazione sovranazionale come la Feps svolge, in merito a quest’ultimo aspetto, il compito da un lato di riempire di contenuti gli appuntamenti politici ed elettorali che scandiscono la vita dell’UE e che attualmente vengono vissuti con indifferenza dai cittadini europei, dall’altro quello di operare nel proprio contesto nazionale al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica e le classi dirigenti circa la necessità di rilanciare il processo di integrazione europea. Si dovrà aspettare qualche tempo affinché i risultati ottenuti diventino visibili e siamo coscienti delle difficoltà legate alla costruzione di una nuova cultura socialdemocratica europea. Tuttavia siamo animati dalla convinzione che è anche attraverso esperienze come quelle della Feps che si deve necessariamente passare per riappropriarsi degli spazi politici ed elettorali persi in favore delle forze conservatrici. Siamo chiamati in qualità di socialdemocratici progressisti europei ad offrire il nostro convinto sostegno a questo progetto.
di Andrea Peruzy, segretario generale di Italianieuropei